Homo sapiens – Homo sapiens sapiens – Homo sapientissimus (venti minuti di divagazioni semiserie)

March 21, 2016

 

 

Chi lo sa, risponda: se l’uomo avesse quattro braccia e quattro gambe, il mondo migliorerebbe o peggiorerebbe del doppio?

 

Per avere un’immagine della posizione che l’uomo occupa sulla scala dei valori universale, basterebbe osservare quanto il lasso di tempo trascorso da quando i primi individui della nostra specie sono apparsi sulla Terra sia microscopico rispetto ai quattro miliardi e mezzo di anni passati dalla nascita del nostro pianeta dopo l’immane esplosione del Big Bang di oltre otto miliardi di anni prima.

Ci pensate, miliardi e miliardi di anni a confronto dei miseri duecentomila anni da quando, con la nostra bella laurea di Homo sapiens sotto il braccio, abbiamo cominciato a zampettare qua e là in Africa e poi attraverso l’intero pianeta, con il cervello che andava man mano ingrossandosi di pari passo con il pene che faceva da bilanciere e che subito dunque abbiamo messo in cima ai nostri sommi pensieri. Già, perché senza quel contrappeso in mezzo alle gambe la nostra capoccia sempre più pesante ci avrebbe rapidamente portati a grufolare di nuovo con il muso a terra. 

A questa brevità della storia umana si contrappone comunque una sua progressione estremamente veloce. Saremo piccoli, ma il nostro Ego è immenso e corriamo alla grande. In effetti, all’incirca trentacinquemila anni fa, una bazzecola sull’asta del tempo, abbiamo deciso di autopromuoverci da Homo sapiens a Homo sapiens sapiens, Uomo molto intelligente. Ce lo siamo detti da soli. Di questo passo, in un prossimo futuro ci conferiremo il titolo di Homo sapientissimus.

Praticamente nessuno di noi ammette di essere razzista, nel significato attuale del termine. Eppure, tutti accettiamo con nonchalance di definire quella umana sic et simpliciter la razza superiore. Tanto superiore da esserci, da sempre, divisi e distinti in decine, centinaia, migliaia di caste, ordini, ceti, classi e così via. Siamo bravissimi a trovare i più disparati motivi di differenziazione: il colore della pelle, il credo religioso, gli indirizzi politici, la fede sportiva, il luogo di nascita, il libretto degli assegni, il livello delle conoscenze e degli imparentamenti, e chi più ne ha, più ne metta. Già, perché c’è sempre qualcuno “più superiore” rispetto agli altri superiori.

In una manciata di decine di migliaia d’anni, con una spaventosa accelerazione nei tempi più recenti, siamo riusciti a inserire nel nostro Guinness World Records una quantità inenarrabile di nefandezze e idiozie. Di fronte al loro elenco, se anziché Homo sapiens ci chiamassimo Homo stultus, ci faremmo ancora un complimento. Senza voler navigare nell’horror più bieco e ancor meno essere blasfemi, poiché Dio impiegò sette giorni a creare la Terra, nel purtroppo infinito mare delle sciagure umane peschiamo solamente sette delle migliori performance dell’uomo. Lo facciamo in modo essenziale, stringato, rifacendoci al sito americano Treehugger. 

Al primo posto troviamo la guerra, declinata secondo le antiche pratiche di spargere sale sulle terre dei vinti o i più moderni ritrovati delle armi chimiche e nucleari. Non si sterminano solamente i nemici diretti, ma si colpiscono pure i posteri attraverso malattie e malformazioni, soprattutto si contamina per decenni e secoli l’ambiente e si sbilancia il suo eco-sistema naturale. Senza addentrarci in un macabro rendiconto particolareggiato, ma per fornire quanto meno un dato di raffronto, ricordiamo che nel primo conflitto mondiale del 1914-1918 le vittime, tra militari e civili, furono circa diciassette milioni, che aumentarono spaventosamente a oltre settantuno milioni nella seconda guerra del 1939-1945. Si stima che in tutto il mondo siano attualmente in atto più di trecentottanta guerre.

Al secondo posto troviamo il disastro chimico del 3 dicembre 1984 di Bhopal, in India. La fuga di pesticidi da una fabbrica della Union Carbide provocò circa quattromila decessi a seguito di una nebbia mortale che coprì l’intera zona, ai quali si aggiunsero oltre cinquantamila persone contaminate che subirono gravissimi danni come la cecità, insufficienza renale e scompensi permanenti degli organi interni. Secondo alcune stime, nel corso degli anni successivi i morti causati indirettamente dall’incidente chimico furono quasi ventimila. Tra le cause dell’immane disastro si elencano lacune nelle misure di prevenzione, compresa la mancanza di valvole di sicurezza per evitare la miscelazione di acqua, isocianato e metile, cosa che ha contribuito in elevata misura alla diffusione del gas tossico. Verosimilmente, non sarà mai possibile appurare la verità sull’accaduto, ma al di là di ogni dubbio il colpevole è ancora una volta l’uomo con la sua irrefrenabile voglia di guadagno, produzione e consumo.

Solamente due anni più tardi, il 26 aprile 1986, il mondo fu sconvolto dalla notizia dello scoppio del reattore atomico di Cernobyl. Nel quadro del tentativo di testare una nuova teoria, gli ingegneri non avevano messo in conto il verificarsi di una reazione nucleare la cui esplosione sarebbe stata quattrocento volte maggiore rispetto alla quantità di radiazioni della bomba di Hiroshima. Oltre a diffondersi in Bielorussia e Ucraina, la nube tossica si spinse addirittura fino in Irlanda. I morti furono cinquantasei e nel tempo si verificarono oltre quattromila casi di cancro. Ancora oggi, in un raggio di trenta chilometri da Cernobyl si stende un’area deserta e disabitata, mentre intorno alla centrale sono rimasti grandi quantitativi di materiale nucleare interrati in sepolcri in decomposizione che continuano ad alimentare forti preoccupazioni nelle popolazioni limitrofe. Il disastro di Cernobyl non è comunque bastato per convincere una parte della classe politica a desistere dal mantenimento e dalla creazione di nuovi impianti nucleari.

Il quarto episodio di questa triste cronaca ci porta a pochi chilometri da casa nostra. Il 10 luglio 1976, una nube di tetraclorodibenzoparadiossina (TCDD) viene rilasciata da una fabbrica di pesticidi nel comune di Seveso, in Brianza. Sono circa trentasettemila le persone esposte ai livelli più alti registrati di diossina e l’intera zona circostante è attraversata da una serie di sostanze tossiche e cancerogene, anche in microdosi. Oltre quattrocento persone sono obbligate a evacuare e diverse altre migliaia subiscono l’avvelenamento da diossina, evidenziando gravi casi di cloracne. Per evitare che le tossine possano entrare nella catena alimentare vengono abbattuti oltre ottantamila capi di bestiame. Dopo quarant’anni, l’incidente di Seveso continua ad essere oggetto di studi e i dati sulle esposizioni alla diossina non sono ancora perfettamente decifrabili.

Dobbiamo trasferirci sulle coste dell’Alaska e ritornare al 24 marzo 1989 per incontrare la superpetroliera Exxon Valdez. Capitanata da Joseph Hazelwood, la grande nave di proprietà della ExxonMobil aveva lasciato il terminal di Valdez, procedendo in direzione sud e attraversando lo stretto di Prince William, quando per una serie di equivoci nella linea di comando urtò contro una scogliera chiamata Bligh Reef. A seguito della collisione, quarantaduemila metri cubi di greggio si dispersero nell’ambiente e inquinarono millenovecento chilometri di coste. L’impatto sulla fauna terrestre e marina fu devastante, con centinaia di migliaia di animali morti, tra uccelli marini, lontre, foche, aquile di mare testabianca e orche, oltre alla perdita di miliardi di uova di salmone e aringa. Le operazioni di ripulitura delle coste costarono alla ExxonMobil circa due miliardi di dollari, mentre in termini ambientali l’incidente della superpetroliera ha rappresentato uno tra i maggiori disastri per l’ecosistema, pur se - per gravità – è stato assai inferiore all’incendio della piattaforma Ixtoc 1 nel Golfo del Messico, nel marzo 1979, che provocò una dispersione di greggio stimata tra le quattrocentocinquantamila e il milione e mezzo di tonnellate, e a quello della Deepwater Horizon, del 20 aprile 2010, sempre nel Golfo del Messico, con un’immensa fuoriuscita di idrocarburi dal fondale marino e gravissime conseguenze per l’ambiente.   

Al sesto posto troviamo un altro exploit del genio umano, il Love Canal. Si tratta di un’opera incompiuta sviluppata alla fine del XIX secolo da William Love (da cui il nome) e concepita in origine come fonte di energia idroelettrica. Situato in vicinanza delle celebri cascate del Niagara e, come detto, non andato mai a compimento, il progetto fu trasformato dall’intelligente avvedutezza dell’uomo in un’enorme discarica di rifiuti. Per un decennio circa, l’azienda americana Hooker Chemicals and Plastics vi riversò ventunomila tonnellate di prodotti e rifiuti chimici, compresi clorurati e diossine, prima di cedere l’area nel 1953, al prezzo simbolico di un dollaro, al Board of Education di Niagara Falls, inserendo nell’atto di compravendita un diniego della responsabilità di danni futuri dovuti alla presenza dei prodotti chimici sepolti. Nel corso del successivo sviluppo edilizio, compresa la costruzione di scuole e servizi, la zona fu densamente abitata. Già agli inizi degli anni Sessanta dello scorso secolo, e ancor più nel decennio seguente, si manifestarono strani odori, anche dai muri degli scantinati, e l’acqua potabile fu contaminata dalla falda freatica inquinata. In seguito si verificarono percolazioni fino a portare gli inquinanti nel fiume Niagara. Le diossine passarono dalla falda ai pozzi e ai terreni adiacenti, tanto che nel 1979 il governo americano dichiarò che le probabilità di contrarre il cancro da parte dei residenti erano di 1/10. Sul versante del lucro, comunque, le cose andarono molto meglio tanto per l’acquirente dell’immensa area al prezzo di un dollaro, quanto per la ditta venditrice che a costo di svendita vi aveva bellamente sotterrato tonnellate e tonnellate di rifiuti chimici, lavandosene alla fine le mani con una semplice clausoletta inserita nel contratto.

Concludiamo questa breve rassegna degli orrori con un accenno al Great Pacific Garbage Patch, ossia la grande chiazza di immondizia del Pacifico, un enorme accumulo di spazzatura galleggiante composto soprattutto da plastica. Sebbene la sua esatta dimensione non sia nota, le stime vanno da settecentomila a oltre dieci milioni di chilometri quadrati, ossia da un’area più grande della Penisola Iberica a un’area più estesa degli Stati Uniti. Le valutazioni ottenute indipendentemente dall’Algalita Marine Research Foundation e dalla Marina degli Stati Uniti stimano che l’ammontare complessivo della sola plastica nell’area raggiunga i tre milioni di tonnellate, ma la superficie in oggetto potrebbe contenere fino a cento milioni di tonnellate di detriti. Questo accumulo di immondizia si è formato a causa dell’azione della corrente oceanica chiamata Vortice subtropicale del Nord Pacifico, e sino a prova contraria non possiamo incolpare l’uomo anche dell’andamento delle correnti oceaniche. Non possiamo però nemmeno esimerci dal chiederci chi mai avrà gettato e continui a gettare in mare milioni e milioni di tonnellate di lordume.

Fatta eccezione per le guerre, che esistono da quando esiste l’uomo, questo breve excursus si riferisce a eventi verificatisi in un periodo di tempo recente e riporta solamente una piccola parte dei disastri, non tra i più clamorosi, causati dall’uomo. È peraltro corretto dare un’occhiata anche all’altro piatto della bilancia, poiché di cose buone e belle ne sono pur state fatte nella storia dell’umanità. Anche in questo caso, vogliamo portare ad esempio solamente alcuni dati, citandoli in forma concisa, non scientifica e assolutamente non esaustiva.

Tra i sommi geni dell’umanità è quasi d’obbligo citare Leonardo da Vinci (1452-1519), autore dell’Uomo Vitruviano che illustra queste note. Tanti sono i capolavori lasciatici da Leonardo che una loro descrizione occuperebbe un’intera libreria. Ricordiamo dunque unicamente una delle sue opere forse meno note al grande pubblico, la Madonna Dreyfus, 1469 circa, conservata alla National Gallery of Art di Washington. Come non perdersi nell’estasi che pervade l’osservatore ammirando la leggiadria della mano sollevata della Madonna, quasi timorosa di sfiorare il figlio Gesù, o l’espressione sognante ma contenuta del volto della Santa Madre, o ancora la serenità che avvolge soavemente il paesaggio collinare sullo sfondo.

In voluta contrapposizione, voliamo verso gli Emirati Arabi Uniti (UAE) negli anni 2004-2010, badando nel sorvolare Dubai a non avvicinarci troppo agli ottocentotrenta metri circa di altezza della Burj Khalifa, in origine chiamata Burj Dubai e ufficialmente intitolata, in occasione della sua inaugurazione, allo sceicco Khalifa bin Zayed al Nahayan, attuale presidente degli UAE ed emiro di Abu Dhabi. Progettata dallo studio di architettura Skidmore, Owings & Merrill LLP di Chicago, è la più alta struttura mai realizzata dall’uomo e raggiunge esattamente un’altezza di 829,8 metri. Al di là dei valori ingegneristici e tecnologici che esprime, del suo evidente messaggio di potenza di uno Stato e delle sue implicazioni economico-finanziarie, non possiamo non ammirare la maestria degli uomini che hanno realizzato questa immensa costruzione e non possiamo esimerci dall’esprimere l’augurio e la speranza che essa sappia, come molte opere del passato, resistere indomita al trascorrere dei secoli. Oggi comunque la Burj Khalifa si erge come un’orgogliosa ambasciatrice dell’arte architettonica contemporanea umana che ha saputo fondere in un disegno armonioso l’imponenza e nel contempo l’esilità delle sue geometrie.

Non meno gigantesca, in termini di valori estetici ed espressivi, è l’opera dello scultore ateniese Prassitele (400/395 a.C. – 326 a.C.), autore di capolavori di struggevole bellezza, come la celeberrima Afrodite di Cnido e il Satiro in riposo. Le statue marmoree prassiteliche esprimono una profonda dolcezza e sono avvolte in un impalpabile velo di languore e di abbandono. Dall’antica civiltà ellenica, esse hanno tramandato nel ciclo dei secoli un inestimabile patrimonio di arte sublime, capace ancora oggi, dopo ormai duemilacinquecento anni, di addormentare il nostro spirito e di trasportarlo sulle ali del sogno in un mondo fatto soltanto di bellezza, serenità e appagamento, abbassando un sipario sui molti aspetti meno gratificanti dell’esistenza umana.

Se dovessimo accingerci a innalzare un obelisco che si perde tra le nuvole del sogno all’arte dell’uomo, qualunque voi prediligiate, dovremmo farlo sullo sfondo di una delle molte composizioni scritte per pianoforte solista da Fryderyk Chopin (1810-1849). In considerazione della precoce età in cui iniziò a suonare e a comporre, Chopin fu detto un ragazzo prodigio, ma alla luce della sua opera complessiva penso che meglio sarebbe chiamarlo un uomo prodigio, morto all’età di soli trentanove anni. Il genio musicale del grande compositore polacco ci ha lasciato un incalcolabile patrimonio di opere che spaziano dai concerti alle romanze, ai preludi e alle ballate, passando per sonate, scherzi e valzer. Tuttavia, gli esempi più affascinanti del romanticismo di Chopin sono forse i suoi notturni. Socchiudere gli occhi per prepararmi ad ascoltare per voi il Notturno Op. 9 n. 2, uno dei brani di Chopin più eseguiti, eppure mai logoro né superato, è stato come sentirmi strappato dalla realtà quotidiana per essere trasportato verso un Eden di soavità e languore da sempre inconsciamente anelato. Il susseguirsi ritmato delle note staccava dal mio corpo, una a una, le croste delle avversità umane e le sostituiva con le piume morbide e leggere di un canto armonioso, dolce, a tratti malinconico, sempre soffuso di lirica poesia, struggente e nel contempo esistenziale, con quella breve accelerazione finale prima di spegnersi nell’oblio.

Ho citato sette esempi di brutture dell’uomo e soli quattro ricordi della sua grandezza. Probabilmente sarebbe bastato sincronizzare subito il mio lettore sul Notturno Op. 9 n. 2 per evitare a voi tutti di dover leggere l’intera tiritera che precede, ma – ahimè per voi – me ne sono accorto troppo tardi. Per farmi perdonare, vi invito a prendervi ogni giorno anche una sola mezz’oretta di tempo per staccare la spina da tutti i grandi e piccoli dispiaceri della vita, per pensare solamente a voi stessi e ai vostri affetti, a ciò che amate e a ciò che vi dà gioia. Magari ascoltando in sottofondo, piano piano, un notturno di Chopin.

 

 

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